L’editing genetico è considerato uno delle principali sfide per la Scienza. Ospitiamo l’intervento del medico e giornalista Roberto Satolli.

Non sono un biologo molecolare, per cui mi stupisco di trovare spesso nella casella dello spam, tra occasioni di sesso e trappole di fishing, anche offerte di acquisto di sistemi CRISPR/Cas, gli stessi di cui le autorità britanniche hanno autorizzato l’uso su embrioni umani per modificarne il genoma.
Sono utensili molecolari scoperti solo tre anni fa, sui quali infuriano due battaglie: quella per il brevetto e lo sfruttamento economico; e quella sui confini etici e legali oltre cui non ci si dovrebbe spingere.

Consentono di “riscrivere” il DNA con semplicità e precisione tali da aprire la porta a possibilità sino a ieri impensabili, in tutti i campi della biologia, compresa la correzione di gravi malattie ereditarie, come la distrofia muscolare o l’emofilia. Sembra di essere tornati agli anni settanta, quando David Baltimore (premio Nobel nel 1975 con Renato Dulbecco) promosse ad Asilomar una celebre moratoria sulla tecnica del DNA ricombinante, che si chiamava allora “ingegneria genetica”.

Ora si parla invece di “editing genetico”, e sarebbe interessante approfondire tutte le implicazioni del cambiamento di metafora. L’allarme sembra oggi più concreto e immediato, perché modificando il genoma umano a livello di cellule germinali (spermatozoi, uova ed embrioni), oltre ad eliminare cause di malattia si potrebbe essere tentati di migliorare caratteri fisici o intellettuali; d’altra parte ogni svista compiuta su un singolo individuo verrebbe pagata indefinitamente dalle generazioni future.

Anche gli argomenti della disputa non sono cambiati molto in questi 40 anni: giocare a fare dio, sostituirsi all’evoluzione naturale, avventurarsi su una china scivolosa senza conoscere tutte le possibili conseguenze, da una parte; pesare pragmaticamente i vantaggi e gli svantaggi, concedere ai malati la speranza, non frenare il progresso della scienza e dell’umanità, dall’altra. La rapidità con cui avanzano le biotecnologie sorpassa di molte lunghezze l’arrancare dell’intera società nella consapevolezza della posta in gioco.

Sono passati meno di due mesi da quando a New York, (per iniziativa dello stesso Baltimore, ormai quasi ottantenne) si sono incontrati scienziati americani, cinesi, britannici e di altri paesi per cercare di concordare una linea comune internazionale, e già Londra ha rotto gli indugi col via libera a un esperimento su embrioni umani sani, da distruggere però dopo una settimana di sviluppo: lo scopo quindi è di ricerca pura e non di far nascere bambini “geneticamente modificati”, cosa che resta proibita anche in UK. Poco meno di un anno fa c’era già stata la fuga in avanti di ricercatori cinesi, che avevano pubblicato i risultati, peraltro deludenti, di un esperimento di editing genetico su embrioni umani non vitali.

Perché tanta concitazione? C’è odore di grande affare, e gli investitori più accorti si sono già mossi, a partire da Google Ventures e fondazione Bill Gate, che pompano decine di milioni di dollari nelle possibili applicazioni in medicina, mentre colossi come DuPont puntano a quelle in agricoltura.
Dai tempi di Asilomar tutto è cambiato. Gli americani non dominano più in modo incontrastato la ricerca biologica, incalzati dai cinesi e da altri. Soprattutto la scienza non è più una faccenda accademica: si moltiplicano le start e gli spin off, pronti a essere inglobati dal capitale a rischio e dall’industria, e addirittura in questo campo scorrazzano i biohacker, dilettanti che nei sottoscala giocano con tecnologie alla portata ormai di quasi tutti: compresa l’offerta via spam di cui dicevo all’inizio.

In compenso, rispetto agli anni settanta non si può dire che manchino completamente le regole. Anzi semmai ce ne sono troppe, perché quasi ogni paese ha le sue, che vanno dall’interdizione di ogni ricerca sugli embrioni, come in Germania e in Italia, a proibizioni sull’editing del genoma umano, come in gran parte d’Europa, a vaghe linee guida come in Cina, India e Giappone. Gli Stati Uniti si distinguono per l’ipocrisia di negare i fondi federali alle ricerche sugli embrioni, lasciando piena libertà di svolgerle con finanziamenti privati.

In questo bailamme la linea tracciata dalla Human Fertilisation and Embryology Authority (HFEA) britannica appare sensata: consentire anche nell’uomo la ricerca sulle possibilità dello strumento, continuando a bandire qualsiasi applicazione nella riproduzione. Purtroppo è chiaro che buone regole in un solo paese non servono a molto. La globalizzazione anche per la scienza richiederebbe di ideare forme di autorità sovranazionali o di dare maggior peso a quelle esistenti. Soprattutto sarebbe urgente uno sforzo di democrazia, anche con strumenti innovativi come le giurie dei cittadini, per consentire ai cittadini del mondo intero di dire la loro su temi da cui dipendono le sorti dell’umanità.

di Roberto Satolli

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