Premessa

Negli ultimi anni il tema della ripresa delle produzioni petrolifere sul territorio nazionale è stato particolarmente avvertito anche in seguito allo sviluppo dell’attività estrattiva in Basilicata dove sarebbe localizzato il più grande giacimento in terraferma a livello europeo. Di questa ripresa vi è un segno evidente nella recente Strategia Energetica Nazionale (SEN) promossa dal governo Monti e sostanzialmente perseguita anche dal governo attualmente in carica che sul tema delle competenze tra Stato e Regioni in materia di autorizzazioni e vincoli ha determinato negli ultimi mesi un conflitto istituzionale tradottosi nella proposta originaria di 6 referendum considerato che il 17 aprile prossimo si voterà per uno solo di essi e che gli altri 4 hanno trovato nel frattempo una soluzione sul piano normativo.

In questo articolo l’attenzione è, tuttavia, rivolta alle attività estrattive che sono in corso in Basilicata ormai da venti anni e alla relazione di queste con l’andamento nazionale dei consumi e delle produzioni di petrolio. Nell’ultima parte del nostro ragionamento faremo cenno, inoltre, anche alle conseguenze che si sono prodotte finora sul piano economico ed occupazionale a livello locale.

 

  1. Consumi, importazione e produzione di idrocarburi in Italia

Negli ultimi anni i consumi petroliferi nazionali, così come le importazioni di petrolio, sono in netto calo. Le importazioni di petrolio, solo tra il 2009 e il 2014, sono passate da 68,8 milioni di tonnellate a 53,8 (-22%). La dipendenza energetica dall’estero è rimasta, tuttavia, immutata e pari, in media, negli ultimi anni all’85%[1]. Il dato più importante da sottolineare sta tuttavia nella riduzione dei consumi petroliferi che solo tra il 2000 e 2014 sono passati in Italia da 93,5 a 57,6 milioni di tonnellate (-38,4%)[2]. Nell’ultimo anno si è registrata, tuttavia, una lieve ripresa essendo saliti questi consumi a 59,7 milioni (+3,6%), senza alcun incremento specifico tra le varie tipologie di consumo (per auto, produzione termoelettrica, industria, ecc.). Anche i consumi di gas mostrano una certa riduzione negli ultimi anni: solo tra il 2014 e il 2013 sono passati da 70,1 a 61,9 miliardi di metri cubi
(-11,7%). I consumi di gas sono tornati in questo modo agli stessi livelli del 1998.

La riduzione dei consumi petroliferi (e in parte di quelli del gas) è dovuta a molteplici ragioni, ma essenzialmente all’azzeramento dell’utilizzo del petrolio per la produzione di energia termoelettrica, al maggior apporto delle altre fonti di energia come quelle rinnovabili, alla riduzione del consumo di benzina per auto, al minor fabbisogno espresso dal settore industriale (complice anche la crisi di questi anni e la riduzione delle produzioni nel settore della gomma-plastica) è più in generale dai processi di efficientamento e risparmio energetico nei diversi settori nonché nei consumi privati. La riduzione dei consumi è, dunque, da comprendere all’interno della transizione energetica che anche in Italia vede diminuire progressivamente la produzione di energia, per consumi diversi, proveniente dallo sfruttamento delle fonti fossili, e aumentare quella da fonti rinnovabili tra cui ricopre ancora un peso elevato quella idroelettrica. Se consideriamo i consumi interni lordi di energia in Italia, il petrolio è passato da un peso del 49,5% nel 2000 al 37,7% nel 2013, mentre il peso delle rinnovabili nello stesso periodo è salito dal 6,9% al 19,6%.

Come detto inizialmente anche le importazioni si sono considerevolmente ridotte. L’approvvigionamento di olio greggio tra il 2000 e il 2014 si è, infatti, ridotto di quasi il 56% (in particolare quello in conto proprio) (tab. 1), quello dei semilavorati del 12%, quello dei prodotti finiti quasi dell’80%, mentre la produzione nazionale di petrolio ha contribuito nel 2014 solo per il 10% del fabbisogno (di cui il 6% coperto dalle produzioni petrolifere localizzate in Basilicata e nello specifico in Val d’Agri), essendo soddisfatto il rimanente 90% dalle importazioni.

 

Tab. 1 – L’approvvigionamento petrolifero dall’estero dell’Italia. Anni 2000-2014 – valori in milioni

di tonnellate  e variazioni % 2014/2000

  Anni Var. % 2014/2000
Tipo di importazione 2000 2005 2008 2009 2010 2014
importazione olio greggio 83,7 89,3 82,4 76,3 78,6 53,8 -55,6
di cui conto proprio 77,1 85,3 79,6 68,8 72,2 53,8 -43,3
di cui conto committente estero 6,6 4,0 2,8 7,4 6,4
importazione di semilavorati 6,6 5,9 7,0 6,1 6,9 5,9 -11,9
importazione di prodotti finiti * 22,3 13,1 12,9 12,2 11,6 12,5 -78,4

fonte: Ministero dello Sviluppo Economico; UP (2015b); MISE (2015).

(*) È compreso il coke di petrolio e orimulsion.

 

Va osservato, inoltre, a questo proposito, che la produzione di petrolio è diminuita complessivamente in Europa. I paesi del nord Europa, che sono i principali produttori di petrolio (Norvegia, Gran Bretagna e Danimarca) hanno ridotto della metà la loro produzione tra il 2001 e il 2011 attestandosi sui 160 milioni di tonnellate; in Italia, nello stesso periodo, la produzione è aumentata invece del 22%: da 4,8 a 5,8 milioni di tonnellate.

 

  1. La produzione petrolifera in Basilicata e il suo peso rispetto ai consumi petroliferi nazionali

Nel 2014, e così nel 2015, la Basilicata con circa 4 milioni di tonnellate di petrolio estratto in Val d’Agri (il 70% della petrolio estratto in Italia) ha coperto il 6,3% dei consumi petroliferi nazionali; per il gas nello stesso anno è arrivata a coprire il 20% della produzione nazionale, incidendo però solo per il 2,4% sul consumo nazionale di gas nello stesso anno (tab. 2).

Va osservato che l’incidenza del petrolio estratto in Basilicata è destinato ad aumentare in termini di peso non solo per l’avvio del Centro Olio della TOTAL, ma anche perché i consumi nazionali di petrolio, se saranno confermati gli andamenti osservati in precedenza, sono previsti in riduzione anche negli anni avvenire. In questo senso l’estrazione di petrolio in Basilicata sembra accompagnare maggiormente il minor consumo di petrolio a livello nazionale piuttosto che l’aumento del suo fabbisogno o la riduzione della dipendenza dall’estero. A ciò si aggiunga che i consumi più stabili del gas, che anzi si sono anche ridotti negli ultimi anni, saranno coperti ulteriormente solo in parte dalle produzioni della TOTAL e da quelle aggiuntive dell’ENI una volta messa pienamente in attività la quinta linea del Centro Olio di Viggiano e completati gli altri pozzi in programmazione da parte dell’ENI in Val d’Agri.

 

Tab. 2 – Consumi petroliferi nazionali e produzione di petrolio e gas in Basilicata dal 2002 al 2014;

2015 solo I° semestre (gennaio-giugno)

   Anni Petrolio Gas
consumo petrolifero nazionale(,000 tonnellate) produzione di petrolio in Basilicata(,000 tonnellate) incidenza%produzioneBasilicatasu consumo nazionale consumo di gasmilioni distandardmetri cubi a 38,1 MJ/m3 produzione di gas in Basilicatamc³ a38,1 MJ/m3 incidenza%produzioneBasilicata su consumo nazionale
2002 93.283 2.638,0 2,8
2003 92.974 3.262,5 3,5 77.680 837,0 1,1
2004 89.642 3.369,5 3,8 80.609 835,2 1,0
2005 86.686 4.386,0 5,1 86.265 1.070,1 1,2
2006 86.663 4.312,7 5,0 84.483 1.103,5 1,3
2007 83.989 4.360,8 5,2 84.897 1.210,0 1,4
2008 80.411 3.930,4 4,9 84.883 1.080,0 1,3
2009 75.227 3.155,5 4,2 78.024 914,0 1,2
2010 73.731 3.442,6 4,7 83.097 1.112,8 1,3
2011 71.877 3.731,5 5,2 77.917 1.171,3 1,5
2012 64.229 4.042,6 6,3 74.915 1.293,5 1,7
2013 60.220 3.940.4 6,5 70.069 1.270,9 1,8
2014 57.957 3.978,7 6,9 61.912 1.471,5 2,4
2015 28.470 1.806,2 6,3 35.539 693,3 2,0

Fonte: ns. elaborazione su dati Ministero dello Sviluppo Economico.

 

In Italia l’ENI ha realizzato nel 2014 quasi il 9% della sua produzione annuale di petrolio a livello mondiale (73 mila barili/giorno su 828 mila). Se consideriamo la produzione della Basilicata solo per la parte Eni (media di 85 mila barili giorno, di cui circa 35 mila di competenza SHELL), la quota di produzione Eni della Val d’Agri ha soddisfatto circa il 70% della produzione realizzata dalla società sul territorio nazionale.

 

  1. Le attività petrolifere in Basilicata: quali risvolti per lo sviluppo economico territoriale e l’occupazione?

Il settore petrolifero è tradizionalmente un settore che genera poca occupazione in relazione ai notevoli investimenti che pure lo caratterizzano. In tutta la filiera presente in Italia si stimano poco meno di quarantamila addetti. Se la Lombardia con Milano, sede dell’ENI rappresenta il punto più qualificato di quest’occupazione, altrettanto è dicasi per quella localizzata intorno al distretto petrolifero di Ravenna[3]. L’occupazione distribuita tra Basilicata e Sicilia, dove sono localizzate oggi le principali produzioni di petrolio e gas, se si esclude il mar Adriatico settentrionale, contribuiscono solo in piccola parte all’occupazione della filiera a livello nazionale e spesso con un contributo significativamente maggiore nelle attività a minor valore aggiunto, come molte di quelle che sorgono a bordo impianto. Il settore estrattivo, come vedremo in seguito, determina risorse finanziere significative attraverso le royalties (il 10% in Basilicata, il 20% in Sicilia[4], riferimento al prezzo del barile) che sono, o potrebbero essere, risorse da destinare all’occupazione, come almeno in parte è nel caso della Basilicata, ma con risultati molto al di sotto delle aspettative, complice una scarsa e inadeguata programmazione.

L’occupazione in Val d’Agri collegata alle estrazioni petrolifere è aumentata, ma i dati comunicati da ENI nel suo ultimo Local Report dell’anno 2014 non corrispondono, secondo la nostra analisi, all’occupazione “ordinaria” (giornaliera) del sito. L’ENI ha riportato, e pubblicizzato, per l’anno 2014 un’occupazione di 409 addetti alle sue dirette dipendenze (di cui 385 quelli impiegati in Basilicata, il resto in altre aree del Distretto Meridionale), che è il dato certo, e 3.121 nelle aziende dell’indotto. Va ricordato, a questo proposito, che il 2014 è stato un anno in cui il Cova (Centro Olio Val d’Agri) l’impianto nel quale avviene un primo trattamento del petrolio estratto prima che questo si diriga verso la raffineria ENI di Taranto è stato interessato dalla costruzione della quinta linea e da altri lavori di natura straordinaria (ammodernamento di alcuni impianti, manutenzioni straordinarie, ecc.), come da altre attività relative alla manutenzione dei pozzi (lavaggi, workover, ecc.) che sono da considerarsi anch’esse come temporanee (e in parte proseguite anche nel 2015).

Al di là della forte presenza di manodopera extra-locale e della natura straordinaria del lavoro aggiuntivo che si è determinato in questo anno, come nel 2015, il totale delle ore di lavoro dichiarato dall’azienda per i propri dipendenti e per le aziende fornitrici (3,5 milioni di ore) corrisponde ad un’occupazione a tempo pieno per l’intero anno di 1.983 unità e non di 3.530 (3.121 + 409) a conferma del largo ricorso del lavoro a termine (per alcun mesi o settimane) e della natura straordinaria di molte attività. Per impiegare a tempo pieno e per l’intera durata dell’anno tutte le unità di lavoro indicate da ENI, le ore di lavoro sarebbero dovute essere complessivamente 6,3 milioni e non 3,5. Le nostre analisi stimano il fabbisogno ordinario dell’attuale attività dell’Eni tra Cova e Pozzi più prossimo ai 1.500 dipendenti (comprensivi dei circa 400 dipendenti diretti di ENI), al netto delle attività di natura straordinaria.

Il punto non è rappresentato, tuttavia, solo dalle diverse grandezze numeriche dell’occupazione, ma anche dalla composizione della forza lavoro in termini di qualificazione tra locali ed extra-locali, dall’ancora elevata incidenza del lavoro a termine e dalla provenienza geografica della manodopera impiegata dall’ENI e dalle aziende fornitrici, in particolare in occasione dei lavori di natura straordinaria da parte di quest’ultime[5]. Quello che vogliamo sostenere è, in altri termini, che oltre al circoscritto impatto occupazionale gli investimenti delle compagnie petrolifere nel Mezzogiorno, ma questo ragionamento vale anche per altri comparti del manifatturiero e dei servizi, confermano un sostanziale dualismo nell’allocazione di investimenti e forza lavoro: gli investimenti sul piano produttivo non sono seguiti mai da rilevanti investimenti, una volta si sarebbe detto dal decentramento, anche di attività a più elevato valore aggiunto (fattore che tra l’altro contribuisce a spiegare perché l’emigrazione dei laureati dal Mezzogiorno sia risultata, e continui a risultare, particolarmente forte negli ultimi anni[6]).

Sul fronte delle imprese locali coinvolte nella filiera petrolifera in Val d’Agri, il loro numero è senza dubbio aumentato, ma su di esse permangono alcuni forti limiti che sono rappresentati dal fatto di essere rimaste concentrate nei servizi a minor valor aggiunto (con ovvi riflessi sulla composizione della loro forza lavoro); di essere nella maggior parte dei casi imprese già esistenti che al massimo hanno creato altre società all’interno della compagine societaria (in questo senso come già nel caso dell’indotto FIAT di Melfi non si annoverano nuove imprese); di essere del tutto, o quasi, assenti in comparti importanti, uno per tutti quello dei servizi ingegneristici dove ad oggi si annovera una sola impresa “locale”, fatta eccezione per quelle che hanno una sede nella valle o nella zona industriale ma che provengono da fuori regione. La creazione di nuove società all’interno delle imprese già esistenti ha contribuito tuttavia ad aumentare lo spettro delle attività e l’occupazione; ma come detto in precedenza, fatta qualche rarissima eccezione, ciò non ha corrisposto ad un innalzamento dei livelli di qualificazione della forza lavoro. In questa direzione il maggiore coinvolgimento tra le imprese locali si è prodotto tra quelle dedite ai servizi ambientali e alle opere civili.

 

  1. Il petrolio e la spesa regionale: quanto pesano le royalties sulle entrate del bilancio della Regione Basilicata?

Un altro tema ricorrente nel dibattuto pubblico recente, perlomeno nelle regioni interessate, è l’importanza assunta dalle royalties dovute dalle compagnie petrolifere alle Regioni che ospitano attività estrattive. Ma quanto hanno realmente inciso finora le royalties sul bilancio della Regione Basilicata e quale è l’incidenza reale sulla spesa corrente piuttosto che su quella in conto capitale? Nel bilancio di esercizio della Regione Basilicata le royalties compaiono nel capitolo delle entrate accertate sotto la voce «aliquota del prodotto di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi estratti». Esaminando i bilanci che vanno dal 2010 al 2014 questa voce risulta effettivamente in crescita in termini di incidenza sulle entrate complessive, ovvero sulla somma dei tributi diretti e indiretti (quest’ultimi comprensivi delle royalties). Si è passati così, rispetto al totale delle entrate, da una incidenza del 3,1% del 2010 al 9% del 2014 (tab. 3).

I dati del triennio 2010-2012 confermano, inoltre, che questa più elevata incidenza non si è riversata solo sulla spesa in conto capitale, ma anche sulla spesa corrente, fermo restando un utilizzo delle royalties, nei tre anni qui considerati, maggiore per la spesa in conto capitale. Riguardo a quest’ultima si è passati da una incidenza dell’8,6% del 2010 al 20,1% del 2012, mentre per la spesa corrente, nello stesso periodo, dallo 0,8% al 4,8%.

 

Tabella 3 – Incidenza delle royalties sulle entrate totali (tributi diretti e indiretti) della Regione Basilicata dal 2010 al 2014. Valori assoluti (milioni di euro) e valori %

Tipo di entrate 2010 2011 2012 2013 2014
Royalties (entrate accertate) 53.838.430 102.101.496 140.251.122 168.974.962 158.590.202
Totale entrate accertate (tributi diretti e indiretti) 1.732.395.878 1.725.705.678 1.898.351.249 1.744.204.745 1.766.953.084
incidenza % royalties 3,1 5,9 7,4 9,7 9,0

Fonte: ns. elaborazioni su dati di bilancio della Regione Basilicata e delle relazioni tecniche di accompagnamento della Corte dei Conti, sezione regionale della Basilicata.

 

Fino al 2014, tra Regione e comuni della Basilicata hanno incassato per le attività estrattive in Val d’Agri un miliardo e 340 milioni, più 250 milioni derivanti dal bonus benzina (3% aggiuntivo); una somma quindi abbastanza considerevole, 1.640 milioni di euro, destinata tuttavia a ridursi sicuramente per le entrate del 2015 e per quest’anno per il dimezzamento netto del prezzo del barile. Con queste risorse la Regione Basilicata ha finanziato il Programma Operativo Val d’Agri (POVA) con una dotazione di 330 milioni di euro, operativo dal 2003 ma le cui risorse non risultano ad oggi totalmente impiegate. Solo le risorse dedicate specificatamente al lavoro e al sostegno delle imprese e della nuova imprenditorialità tra POVA e altri programmi regionali, sono state pari fino al 2012 a 173 milioni di euro, pari al 22,4% della somma complessivamente derivante dalle royalties corrisposte all’ente Regione fino alla data del 2012. Alla fine del 2013 (ultimo dato disponibile) dei 333 milioni disponibili per il POVA ne erano stati impegnati 290, per una spesa di 171 milioni (il 51% delle risorse previste in programma, di cui 130 destinate al sostegno alle attività produttive). Per stessa ammissione dei responsabili del programma le misure finora adottate hanno consentito di raggiungere un basso numero di nuovi occupati, spesso a compensazione delle perdite che il tessuto locale ha registrato negli ultimi anni. Si tenga inoltre conto che per il capitolo di spesa destinato alle attività produttive, dei 130 milioni previsti, alla fine del 2013 ne erano stati impegnati 100 e quelli effettivamente spesi solo 50. Nel rapporto di rendicontazione a fine 2013 si afferma che dei 35 bandi emessi a supporto delle imprese fino a quella data, i 22 bandi conclusi avevano determinato per 370 iniziative almeno un’unità di lavoro aggiuntiva (e nulla di più)[7].

 

  1. Le ricadute economiche e occupazionali per l’area della Val d’Agri

Nel confronto intercensuario, tra il 2001 e il 2011, relativo al numero di unità locali del settori industria e servizi, si evidenzia che per i 30 comuni dell’area POVA[8], una crescita dell’1,6% contro il 4,6% della media provinciale e il 5,2% della media regionale. Se consideriamo, invece, solo i 10 comuni dell’Alta Val d’Agri, per intenderci quelli più prossimi all’attività estrattiva, che coprono quasi la metà delle imprese presenti al 2001 e al 2011 nell’area Pova, la variazione nel numero di nuove unità di impresa è stata maggiore (+5,6%). Secondo dati più recenti elaborati sulla base  dei dati contenuti nell’archivio storico delle Camere di commercio (infoimprese.it), nei dieci comuni dell’Alta Val d’Agri il numero di imprese (comprese quelle agricole) è passato, tra il luglio 2012 e il gennaio 2015, da 3.066 a 3.078; se si considerano solo quelle industriali e del terziario la crescita è maggiore, da 2.255 a 2.380. Se si confronta questo dato (anche se metodologicamente l’operazione non è propriamente corretta) con quello del censimento del 2001, si tratta di 200 imprese più nel settore del commercio, di 140 in più nelle costruzioni e di 40 in più nelle attività alberghiere e della ristorazione. Inoltre il 90% di questo incremento è concentrato tra Viggiano e Marsicovetere. Considerando le caratteristiche del territorio questi dati, pur tenendo conto della limitata porzione di territorio e di popolazione, segnalano comunque un dinamismo imprenditoriale non elevato e comunque sempre più concentrato tra Viggiano e Marsicovetere (frazione di Villa d’Agri) e una rarefazione progressiva del tessuto imprenditoriale, già molto debole, negli altri territori comunali. Questi dati mostrano, dunque, nel complesso un limitato dinamismo e in ogni caso fortemente concentrato territorialmente, ma la scarsità dei dati a disposizione (quelli di fonte camerale riguardano spesso le sole imprese iscritte e non quelle attive) contribuisce a rendere l’analisi più complessa anche se l’osservazione sul territorio conferma le analisi che abbiamo riportato.

Se questo è il quadro delle attività imprenditoriali cosa accade nel mercato del lavoro locale? La risposta è che è cresciuta l’occupazione, ma anche la disoccupazione e l’apparente paradosso è ben presto spiegato. Il confronto tra il numero di iscritti al Centro per l’Impiego (CPI) di Villa d’Agri, che ha competenza per 22 comuni dell’area, tra il 2008 e il febbraio 2015, indica il perdurare di una situazione di deficit sul piano dell’occupazione con un aumento degli iscritti principalmente tra la componente maschile cresciuta soprattutto tra i disoccupati (da 1.700 a 2.900), mentre si sono ridotti per entrambe i sessi le persone in cerca di prima occupazione[9]. Nel complesso possiamo affermare che il mercato del lavoro locale presenta, rispetto al passato, una maggiore dinamicità condizionato dalla natura periodica degli investimenti che attivano periodicamente nuova offerta di lavoro, ma anche la persistenza di un’ampia quota di offerta di lavoro insoddisfatta, poco qualificata, che non trova una domanda di lavoro in grado di assorbirla.

Con riferimento al tema della qualificazione si potrebbe affermare per certi versi che il problema non risiede tanto nell’esistenza di una oggettiva divaricazione tra i profili professionali della manodopera locale e di quella extra-locale, quanto soprattutto nel fatto che questa divaricazione è rimasta costante nel corso del tempo, se si fa eccezione per le iniziative formative promosse dall’Assoil School e per il bando per le 62 unità che erano previste in origine per i lavori di costruzione della quinta linea e che si sono concluse a lavori ormai ultimati. Maggiori investimenti nella formazione e l’apertura di un rapporto con gli ordini professionali da parte di ENI e delle aziende dell’indotto, favorirebbe certamente un percorso più virtuoso in questo senso. Allo stesso modo l’episodicità del rapporto con il sistema della formazione secondaria superiore (soprattutto a livello locale) e con l’università potrebbe avere esiti diversi, se i rapporti con le imprese che costituiscono la filiera petrolifera fossero più strutturati e meno occasionali e pubblicitari.

 

  1. La Val d’Agri sta trattenendo o perdendo popolazione?

Un ultimo dato utile per analizzare ciò che si sta effettivamente determinando per il territorio è l’evoluzione della struttura demografica. L’area del Programma operativo Val d’Agri (Pova) all’inizio del 2002 aveva una popolazione di poco superiore ai 67 mila abitanti che a distanza di 13 anni, ovvero alla fine del 2014, si è ridotta a 63,4 mila. Si tratta di una riduzione di poco meno di 4 mila individui (-5,8%) che si deve per il 90% al saldo naturale negativo e per il rimanente 10% al saldo migratorio complessivo (quello interno e con l’estero). Le uniche eccezioni in positivo sono rappresentate dal comune di Marsicovetere la cui popolazione, concentrata per buona parte nella frazione di Villa d’Agri, è aumentata di 700 unità e in parte da Viggiano, la cui popolazione è leggermente cresciuta. Questo dato è in linea con quello della provincia di Potenza e della Basilicata più in generale? Sulla base dei dati Istat, la riduzione della popolazione nell’area dei 30 comuni del POVA risulta più intensa rispetto al dato delle due province e della regione nel suo insieme. Nel dettaglio, tra il 2002 e il 2014, il saldo naturale è stato negativo per circa 3.500 unità nei comuni dell’area POVA, risultando positivo come detto in precedenza solo per il comune di Marsicovetere, mentre per quanto riguarda il saldo migratorio è stato complessivamente negativo per 900 unità, anche qui con l’eccezione di Viggiano e Marsicovetere e dei comuni del Pova più prossimi al capoluogo (Brindisi, Brienza, Sasso e Satriano). In conclusione, ad oggi, sulla base delle tendenze demografiche più recenti si può affermare che gli effetti della spesa pubblica connessi alle royalties e al volume delle attività determinate dalle iniziative industriali non hanno contribuito a trattenere popolazione, se non nei comuni più prossimi all’attività. Va tuttavia affermato allo stesso tempo che il proseguimento dei processi di spopolamento delle aree interne dipende, comunque, in generale da processi più generali legati sempre di più alla mobilità della popolazione per fattori diversi non sempre ascrivibili unicamente alla ricerca di lavoro.

 

  1. Sul rapporto tra le istituzioni locali e l’ENI: alcune osservazioni conclusive

La comprensione del ruolo dell’ENI in Basilicata è imprescindibile da quello del quadro istituzionale-amministrativo locale, come dal contesto socio-economico e non ultimo da quello demografico[10]. Come già in precedenti occasioni, gli investimenti di grandi gruppi industriali (nazionali come esteri) sul territorio regionale avvengono nel quadro di una debolezza programmatica e politica che riduce spesso i termini dello scambio ora alla risorsa finanziaria, ora all’occupazione (soprattutto guardando ai numeri e poco alla qualità), mettendo da parte un’attività programmatica connessa alle prospettive di sviluppo di medio-lungo periodo e ai fattori di qualificazione tanto delle risorse finanziarie, quanto dell’occupazione. Una nuova contrattazione istituzionale con l’ENI e così con la TOTAL e le altre compagnie interessate come la SHELL, dovrebbe ipotizzare: 1) possibili nuove ricadute industriali che consentano di allargare il coinvolgimento delle imprese locali al di là dei servizi ambientali in cui spesso sono confinate; 2) di pensare alla realizzazione effettiva di un distretto energetico regionale rivolto prevalentemente allo sviluppo delle FER in termini tecnologici, di ricerca e industriali; 3) la realizzazione di investimenti diversi di ENI (e da parte delle altre compagnie) nel campo delle rinnovabili; 4) una migliore e più efficace spesa delle royalties impiegate nel sostegno alle attività produttive nell’area attraverso un ripensamento complessivo degli assi di intervento e una riduzione nella frammentazione delle misure messe a bando.

Rimane poi per intero il tema della salvaguardia ambientale e della tutela della salute, temi che qui non abbiamo affrontato e per i quali rimandiamo al libro L’economia del petrolio e il lavoro. L’estrazione di idrocarburi in Basilicata tra fabbisogno energetica nazionale e impatto sull’economia locale (Ediesse, Roma 2015). A riguardo possiamo soltanto affermare che gli enormi ritardi e l’incompletezza degli interventi hanno contribuito finora soltanto a rendere più evidente l’incapacità dell’azione istituzionale e la possibilità di accedere a indicatori in grado di osservare le conseguenze sul piano dell’impatto ecologico e sanitario essendo mancata fin dall’inizio un’indagine sulle matrici ambientali e una di natura epidemiologica sulla popolazione locale.

 

*Dipartimento di Scienze Economiche e Statistiche, Università di Salerno. Questo articolo riassume in larga parte una recente pubblicazione dell’autore a cui si rimanda per tutti gli approfondimenti del caso (D. Bubbico, L’economia del petrolio e il lavoro. L’estrazione di idrocarburi in Basilicata tra fabbisogno energetica nazionale e impatto sull’economia locale, Ediesse, Roma 2015, pp. 486, 20 euro).

 

[1] Tale percentuale corrisponde al valore delle importazioni di petrolio rispetto alle diverse fonti di energia nei consumi finali.

[2] Questi dati sono disponibili alla pagina del Ministero dello Sviluppo Economico, Statistiche sull’energia http://dgsaie.mise.gov.it/dgerm/. Si vedano a questo proposito anche i rapporti periodici della Direzione Generale per le Risorse Minerarie ed Energetiche e MISE, La situazione energetica nazionale nel 2014, Roma, 2015 (sempre disponibile in rete al sito del Ministero).

[3] Si veda a questo proposito Clò F., Proietti Silvestri C. (2014), “I distretti petroliferi dell’Emilia Romagna: realtà da indagare e valorizzare”, in Energia, Anno XXV, n. 4.

[4] La Sicilia usufruisce di royalties più elevata in virtù dell’autonomia regionale in materia e in ogni caso le royalties riconosciute a questa regione sono significativamente minori rispetto a quelle riconosciute alla Basilicata per effetto dei minori quantitativi di petrolio e gas estratti rispetto a quest’ultima.

[5] La conferma di questa dimensione problematica dell’occupazione generata dalle attività petrolifere è confermata, del resto, dalle vertenze recenti che si stanno producendo nell’indotto ENI della Val d’Agri dopo la fine degli interventi straordinari e con l’attuale riduzione delle attività estrattive in seguito alla caduta del prezzo del petrolio. Ciò è ancora evidente se si osserva il rispetto della clausola sociale nei cambi di appalto (continuità occupazionale dei lavoratori tra un’azienda che perde l’appalto e quella che lo vince), come pure è stato sancito da un accordo quadro istituzionale (il Patto di sito) nell’ottobre 2012 e poi ancora in uno sindacale dell’agosto 2014, tutte iniziative promosse a partire dall’iniziativa della Fiom Cgil considerato che le aziende metalmeccaniche sono quelle prevalenti tra le aziende dell’indotto petrolifero.

[6] Su questo tema ci permettiamo di rimandare a Bubbico D.,  “Le migrazioni interne dal Mezzogiorno tra ricerca di lavoro e mobilità occupazionale”, in Meridiana, n. 75, 2012; Bubbico D., Morlicchio E., Rebeggiani E. (a cura di), Su e giù per l’Italia. La ripresa delle migrazioni interne e le trasformazioni del mercato del lavoro, numero monografico di Sociologia del Lavoro, n. 121, 2011; Colucci M e Gallo M. (a cura di), L’arte di spostarsi. Rapporto 2014 sulle migrazioni interne in Italia, Donzelli, 2014; e specificatamente sull’emigrazione dei laureati, tra i contributi più recenti dei numerosi apparsi negli ultimi anni, Viesti, G. “Nuove migrazioni. Il trasferimento di forza lavoro giovane e qualificata dal Sud al Nord”, Il Mulino, n. 4, 2005.

[7] Regione Basilicata (2014), Rapporto di sintesi sullo stato di attuazione del Programma Operativo Val d’Agri – Melandro – Sauro – Camastra al 31.12.2013, Potenza.

[8] I comuni nel frattempo sono diventati 35 ma la nostra analisi verte su quelli presenti fin dall’inizio.

[9] Nel complesso gli iscritti al CPI di Villa d’Agri crescono in questi sei anni a fronte di una riduzione del 3% a livello provinciale. Anche in questo caso, tuttavia, se prendiamo in considerazione solo i dati degli iscritti residenti nei comuni di Viggiano e Marsicovetere, i due centri principali dell’attività petrolifera in Val d’Agri, la riduzione degli iscritti è stata nello stesso intervallo temporale rispettivamente -36% e -37%, dunque ben più significativa di quella registrata a livello provinciale.

[10] Suggeriamo, a questo proposito, per l’analisi dei rapporti che si sono determinati a livello locale tra popolazione, istituzioni e imprese, l’interessante volume di Enzo Alliegro, Il totem nero. Petrolio, sviluppo e conflitti in Basilicata, CISU, seconda edizione, Roma, 2014.

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