di Stefania Piazzo – Animali e sevizie. La legge non conta più. Se infatti una volta la legge si applicava in nome del popolo sovrano, oggi la si interpreta, quando un reato è a danno di un animale, in nome del rito religioso. Ma attenzione, si interpreta al ribasso, perché neppure la deroga alla macellazione rituale prevede, come vedremo, il caso dei due rom musulmani che hanno sgozzato per strada un capretto, morto cosciente tra spasmi e dolori.
Le norme sono chiare, non si possono sottoporre a sevizie gli animali in nome di una qualsiasi fede. Tanto meno improvvisando un macello sulla pubblica piazza. Ma da oggi è possibile. Il varco aperto nella normativa è devastante e cruento e apre a scenari da ritorno al medioevo. (ringraziamo gli amici della Lega nazionale per la difesa del cane per aver ospitato con anticipo la firma del nostro direttore sul proprio sito per diffondere ad una amplia platea di lettori – veterinaria pubblica e privata, associazioni di tutela del benessere animale, pubblica amministrazione – per allargare il fronte della denuncia, vedi anche http://www.legadelcane.org/capretto-seviziato-in-strada-per-la-giustizia-si-puo-e-liberta-religiosa/. Riprendiamo quindi il servizio per confermare la presa di posizione di tutte le persone che non credono che, in nome di qualsiasi libertà religiosa, si possano infliggere inutili sofferenze e quindi far passare il principio che tutto è lecito per il politicamente corretto della giustizia italiana. la redazione)

COME FAR SPARIRE LE SEVIZIE
In primo grado, i giudici applicando le norme chiare e severe del nostro codice penale, uno dei più avanzati in Europa in tutela del benessere animale, avevano riconosciuto colpevoli per maltrattamento i due improvvisati macellatori da strada. E li avevano correttamente inquadrati nella fattispecie del maltrattamento poiché senza motivo avevano ucciso un animale, procurandogli dolori con crudeltà, senza che fosse necessario.
Non fosse mai stato detto. La Corte d’Appello di Genova ha inaugurato un nuovo corso del diritto, quello dei più forti, e più disinformati, in cui gli animali tornano strumento di diletto, folklore, rito sacrificale a tutti i costi. Per i giudici ora le ragioni di una fede prevalgono sulla crudeltà. Ribaltando norme, regolamenti, leggi, disposizioni di medicina veterinaria frutto di conquiste di civiltà e democrazia. Come nulla fosse stato, cala il buio sulla giurisprudenza. E sullo stato di diritto.

LA LEGGE SMENTISCE I GIUDICI D’APPELLO
La legge è chiara. Ripercorriamola. Il regolamento comunitario 1099 del 2009 (in vigore dal 1° gennaio 2013, già efficace quindi rispetto ai fatti), “relativo alla protezione degli animali durante l’abbattimento”, all’articolo 4, “Metodi di stordimento”, recita che:
1. Gli animali sono abbattuti esclusivamente previo stordimento, conformemente ai metodi e alle relative prescrizioni di applicazione di cui all’allegato I. La perdita di coscienza e di sensibilità è mantenuta fino alla morte dell’animale. I metodi di cui all’allegato I che non comportino la morte istantanea («semplice stordimento») sono seguiti quanto più rapidamente possibile da una procedura che assicuri la morte quali il dissanguamento, l’enervazione, l’elettrocuzione o la prolungata anossia.
Il comma 4, che fa al caso nostro, aggiunge:
– Le disposizioni di cui al paragrafo 1 non si applicano agli animali sottoposti a particolari metodi di macellazione prescritti da riti religiosi, a condizione che la macellazione abbia luogo in un macello.

LA MACELLAZIONI IN STRADA E’ REATO, SIGNOR GIUDICE
In altre parole, c’è una deroga per la macellazione rituale sia islamica che ebraica. E che prevede la deroga? Che la macellazione, forse alla Corte d’Appello è sfuggito, avvenga in un macello e non sulla pubblica piazza, “quanto più rapidamente possibile” e non ad un angolo di strada con improvvisati esecutori che rifuggono da ulteriori controlli veterinari post mortem della carne macellata.
Chiaro? In un macello e con mani esperte. Parole cruente ma che esprimono quanto prescrive la giurisprudenza. Non si può parlare quindi nel caso genovese di applicazione di una deroga, con una macellazione sotto il vigile controllo sanitario obbligatorio, eseguita da un imam o da un rabbino che provvedono alla iugulazione dell’animale “riducendone” la sofferenza nella velocità dell’esecuzione della “pena” rituale. In questo caso anche questo è stato eluso.

Proprio per questo, e lo spiega bene il regolamento, non si può parlare di macellazione, ma di uccisione di animale in luogo pubblico. La deroga alla legge per motivi religiosi non rientra nel caso di Genova, si è di fronte, come puntualmente avevano sentenziato i giudici di primo grado, a “sevizie per crudeltà e senza necessità” cioè maltrattamento animale senza sè e senza ma.

Invece, spazzato via il regolamento e confuse le acque sulla prassi della macellazione rituale, il giudice sentite cosa ha scritto: che la legge non tutela l’animale in sé, ma semmai il sentimento di pietà degli uomini nei suoi confronti. Il capretto, sgozzato in mezzo alla strada, appeso a testa in giù e lasciato morire dissanguato, non aveva diritto di reclamare una morte non cruenta. Siamo alla capitolazione del diritto. Perché, se in nome di un rituale religioso, passa il principio che tutto è lecito anche quando è contro le leggi di uno stato, allora il passo dal non disconoscere altri riti religiosi come le mutilazioni genitali o il taglio delle mani o la lapidazione, non è poi così lungo.

LA LIBERTA’ RELIGIOSA PER IL GIUDICE AMMETTE LA CRUDELTA’
Leggete e “basitevi” qui. «L’ipotesi di crudeltà verso gli animali – scrive il giudice Mauro Amisano – presuppone concettualmente l’assenza di qualsiasi giustificabile motivo, poiché la crudeltà è di per sé caratterizzata dalla mancanza di un motivo adeguato e da una spinta abietta e futile». Ma…… «Una pratica come il sacrificio rituale musulmano, che è di per sé crudele se parametrata alla sofferenza inflitta, non può essere considerata illecita poiché esplicitamente ammessa per il rispetto dell’altrui libertà religiosa, e quindi non lesiva del comune sentimento di pietà». Anche al di fuori delle regole minime, signor giudice, cioè in un macello, per mano almeno di chi non appende un capretto per i piedi e lo lascia dimenare mentre lo dissangua?

E dove abita la necessità rituale per strada? «Il limite allo svolgimento di queste pratiche è quello della necessità, nel senso che la macellazione senza stordimento preventivo della vittima è consentita solo ed esclusivamente nel contesto d’un rito religioso, com’è avvenuto nella fattispecie». Ma non fuori dalle povere, poche e comunque chiare regole che consentono all’animale una morte il più possibile veloce e nel rispetto della sua vita che non conta nulla, lo sappiamo, davanti a chi si macchia di sangue e davanti a chi li confonde per benefattori della fede.

NON C’E’ PROVA CHE ABBIA SOFFERTO…
Se per un giudice, «Non vi è prova che l’animale sia stato sottoposto a sofferenze aggiuntive (…) in realtà, trattandosi di un sacrificio religioso si può presupporre che fosse volontà degli imputati non discostarsi dalla consueta prassi operativa», se per chi giudica, appunto, il dolore è tutto da provare, forse l’animale era anche contento, a quando l’emancipazione delle mutilazioni genitali o altre efficaci prove di spiritualità?
Attendiamo fiduciosi che le autorità di sanità pubblica spieghino alla giustizia in cosa consista una macellazione rituale, attendiamo fiduciosi che Fnovi, Amnvi prendano la parola, che le associazioni a tutela degli animali, i parlamentari che sono attenti alla conquista dei diritti degli esseri che non possono dire no alla morte per sacrificio rituale, costruiscano un fronte comune per cambiare la coscienza di chi ancora una coscienza non ce l’ha.

NO COMMENTS